Raffaello "Il Parnaso" - Musei Vaticani
Raffaello "Il Parnaso" - Musei Vaticani

 

 

Le parrocchiali finemente rappresentate da don Emanuele Candido, parroco di Vacile, nel suo ultimo libro "Le Chiese della Forania di Spilimbergo".

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Le ancone e le chiese che si trovano nelle parrocchie raffigurate nell'artistico libro "Ancone" di don Emanuele Candido, parroco di Vacile.

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Dopo aver risalito tutta la Val d'Arzino, attraverso Sella Chianzutan, si giunge a Tolmezzo. A qualche km dal capoluogo carnico, si trova Illegio dove è aperta fino al 6 ottobre l'interessante mostra "Il cammino di Pietro". In questo ambito domenica 15 settembre, Sua Eminenza il cardinale Camillo Ruini ha parlato del suo ultimo libro "Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione".

Articolo a cura di Lucien Zinutti le cui origini sono di Anduins, della famiglia Orlando "Scarabot".

Lucien Zinutti, esperto arte antica, storico del mobile d’antiquariato, estimatore fiduciario di AXA-ART.

Consulente tecnico iscritto al ruolo Periti: Tribunale e Camera di Commercio di Udine.

 

ECCO PERCHE’ TIEPOLO E’ BELLO

Dopo l’esposizione a Villa Manin del 1971, curata dall’emerito Prof. Aldo Rizzi, allora Conservatore del complesso architettonico, Giovan Battista Tiepolo torna di nuovo in mostra in Friuli con due rassegne in contemporanea.

E’ indubbiamente il più grande rappresentante della pittura veneziana del ‘700, tra i più affermati artisti europei del periodo Barocchetto e Rococò. Già allora di fama internazionale, conteso dalle varie corti di Principi e Regnanti di tutta Europa per l’abbellimento delle loro residenze.

Con le sue opere si rivela un genio della pittura: coglie l’assunto di auliche commissioni animando scene bibliche e mitologiche con una personale interpretazione-rococò straordinariamente realistica, espressa con innovata freschezza di luci e colori neoclassici, precorrendo il pensiero di Anton Raphael Mengs e Jacques-Louis David.

La sua pittura è sublime; egli diffonde sulla tela la sua verve artistica con veloce e sicura esposizione della materia pittorica, dipinge i più svariati stati d’animo dei suoi personaggi storici, eroici, ed aneddotici. La fluidità con cui espone le figure impreziosite da vesti magnificate da giochi di colori vivaci e squillanti trasmettono il senso del bello compiuto, dove tutto viene fantasticamente armonizzato. Come Luca Giordano, detto “Luca fa presto”, egli dipinge d’istinto, di getto impetuoso e con rapidità di visione realizza il fascino del sublime: una dote che appartiene solo ai geni, ai massimi artisti. E’ un pittore Rococò per eccellenza, sa cogliere con ineguagliabile padronanza l’esposizione delle figure, delle architetture, in maniera scalena, asimmetrica, senza perdita di equilibrio, attuando la magia di questo stile con eloquenza antologica.

Tanto veloce nel dipingere che alla corte spagnola dissero che in un giorno Tiepolo realizzava più di Mengs in due settimane. Un artista che ha abbracciato con assoluta maestria tutti i generi di pittura, dalla sacra alla profana alla ritrattistica, esprimendo un “Grand goùt” tiepolesco che prende le mosse dalla bellezza luminosa celebrata dai maestri del '500, si ispira alla purezza dell’arte classica, ma contestualmente adattandosi a una moderna, fluida, sublime atmosfera, di autoctona pittura Rocaille veneziana.

Risulta quindi inappropriato l’appellativo “follower”; opportuno sarà invece “ideatore”, giacché come ogni artista attinge a diverse fonti culturali per poi espletare un suo stile personale. Tiepolo è il maggior interprete di tutte le frange più leziose e capricciose dell’espressione Barocchetto e Rococò veneziana.

Non starò a descrivere la narrativa delle varie scene mitologiche e bibliche da lui effigiate, perché già più volte meticolosamente illustrate nei quotidiani, ma memore della cena collettiva dell’Associazione Culturale “La Tribuna”, in cui non avevo titolo per rispondere alla domanda: come si fa a capire se un dipinto è bello? Vorrei ora rispondere così: certamente non tutti i dipinti antichi sono belli e importanti, parecchi sono statici, a volte le scene sono interpretate in maniera banale, possono emergere asprezze e cadute artistiche in certi punti del dipinto, oppure rivelare tecniche di esecuzione scolastica, oppure ancora presentare un carattere pedissequo, senza personalità artistica, da tener distinte in questi casi dalle ripetizioni a tema realizzate dagli artisti stessi. Per essere un vero Maestro il pittore doveva superare queste mancanze e possedere tutte queste cognizioni, come d’altronde le deve avere chi vuole comprendere il linguaggio qualitativo di un’opera pittorica. Proverò quindi a descrivere cosa trasmettono certe opere d’arte quali la grande tela esposta al castello di Udine, raffigurante Mosè salvato dalle acque per la prima volta esposta nella sua integrità. Il dipinto, ora conservato alla Scottish National Gallery di Edimburgo, era uscito dall’Italia all’inizio dell’800, dopo essere stato scisso. La scena dell’alabardiere che osserva in disparte il ritrovamento di Mosè, ricomposta per l’occasione, appartiene invece alla collezione Agnelli.

L’opera di eccezionale qualità è databile al 1746. L’episodio biblico viene esposto con straordinaria scioltezza, le vesti vezzose e leggiadre vivacizzate da colori ammalianti, gli stati d’animo dipinti nell’arguzia dei volti, esprimono lo stupore, la compassione, l’amorevolezza, l’invocazione, la perplessità tra indugio e commiserazione della figlia del Faraone di fronte al prorompente pianto di Mosè bambino. Non poteva mancare, come di rito in tutti i grandi della pittura quali il suo coevo Jean Baptiste Oudry, un elegante levriero in atto di seguire attento l’avvenimento, conferendo eleganza e nobiltà alla scena ambientata in una quieta atmosfera illuminata da una luce pura e radiale.

Emerge in questo “Chef-d’oeuvre” la piena maturità artistica del Tiepolo, dove la scena diventa armoniosamente animata e vivida, concretizzando una visione realistica, ricca di sentimento e bellezza, e rivelando una straordinaria qualità artistica, sinonimo di eloquenza intellettiva.

 

Un capolavoro dell’arte sacra è invece il vasto dipinto (7mt x 5 all’incirca) raffigurante L’intercessione di Santa Tecla, realizzato per il Duomo di Este nel 1759, tutt’ora esposto a Villa Manin. Vicino all’opera appare interessante porre a confronto il bozzetto proveniente dal Metropolitan Museum of Art di New York, che misura all’incirca 81x45 cm. Nella grande tela, in primo piano, Santa Tecla, più divina che umana, inginocchiata in preghiera su una pavimentazione a grandi lastre di pietra, con sguardo profondamente devoto rivolto al cielo intercetta e supplica il Padre Eterno. Ai suoi piedi un pargolo si dispera steso sulla madre dai carnati grigiastri...: è morta, colpita dalla terribile sciagura. Dal bozzetto si ravvisa il ripensamento del Tiepolo nella rappresentazione di questo bimbo in cui non vibrava la necessaria forza espressiva degna del suo talento, insoddisfatto: con la scintilla del genio potenzia questo particolare dando vigore, carattere e vitalità a tutta l’opera. Ora quel fanciullo, fulcro di quella scena straziante, il volto arrossato e le labbra gonfie, infranto dal pianto e dal dolore, viene ridipinto con tale prorompente veemenza, plasticità e genialità, da resuscitare i terribili e angosciosi sentimenti vissuti, e divenire il punto forte e più espressivo di tutto il capolavoro.

Sullo sfondo la città di Este in tutta la sua magnificenza architettonica e in lontananza i Colli Euganei.

Un dipinto di notevole qualità pittorica ambientato in un autoctono paesaggio veneto, collocato in secondo piano, dipinto con prospettica fedele, ambientato in una pace e armonia paesaggistica tanto pacata da risultare idealistica. Anche qui un’opera mozzafiato in tutta la sua integrità, senza cadute artistiche, autografo di un genio della pittura.

 

Questa è indubbiamente una grandiosa e agevole mostra (durerà sino ad Aprile), a cui non possiamo mancare, ma alla quale sottende il rammarico della tensione emersa tra le due esposizioni in antagonismo politico; ciò non doveva esserci, per rispetto della cultura era imperativo instaurare la stessa sintonia e armonia che regna nei dipinti del Tiepolo. Purtroppo sono finiti i tempi dell’emerito Prof. Aldo Rizzi, personalità colta, sensibile e devota all’arte. Questa mancanza non sarà certo qualificante per il Friuli, come del resto non lo sarà l’assurdo e illogico nuovo collegamento che raccorda la Villa alla statale.

IL MUSEO DI MICHELE GORTANI

 

Di Lucien Zinutti – Esperto d’ Arte Antica. Storico del mobile d’antiquariato. (Iscritto al ruolo Periti CCIAA di Udine - Consulente tecnico del Giudice, iscritto ruolo Periti, CTU n°630 Tribunale di Udine. Estimatore fiduciario di AXA-ART).

 

Onore al Professore Michele Gortani, eminente personalità i cui valori vanno trasmessi alle nuove generazioni.

Il Professore Michele Gortani Docente emerito dell’Università di Bologna, Accademico Nazionale dei Lincei (sezione Geologia), Presidente dell’Ente Museo Carnico delle Arti e Tradizioni Popolari, aveva già nel lontano 1964 inaugurato la sede espositiva museale di Tolmezzo, rivelando preziose collezioni di manufatti carnici antiche che rimarranno per sempre fascinosi testimoni dell’identità artigianale e artistica di una regione che nei secoli passati rivelò uno spiccato e autoctono carattere espressivo.

Frutto di 40 anni di ricerche, tale collezione museale è sinonimo di avvedutezza e lungimiranza oltre alla grande passione, all’amore ed entusiasmo dimostrati dal Prof. Gortani verso la propria terra e la sua gente.

Durante il XVI, XVII e XVIII secolo gli artigiani della Carnia, con notevole fantasia artistica e rimarchevole perizia, seppero dar vita al ferro, al legno e alla pietra, realizzando manufatti ed oggetti di straordinaria forza artistica.

All’epoca, le vallate di quella regione abbondavano di giganteschi alberi di noce che raggiungevano diametri a volte di oltre 1 metro; lo testimoniano alcuni mobili ritrovati, le cui assi superano tale dimensione. Fu uno dei motivi per cui il mobilio assunse un forte carattere qualitativo, ma ci furono parimenti altri aspetti convergenti in questo risultato.

Il noce veniva meticolosamente tagliato in base alle fasi lunari e scrupolosamente stagionato prima dell’utilizzo. I mobili realizzati con le piante di montagna, molto più consistenti di quelle di pianura, sviluppavano un’ammaliante e calda patina marmorea dovuta alla chiusura della porosità del legno, favorita da fattori climatici e da un basso tasso di umidità. I mobili carnici di quell’epoca si presentano tutt’oggi in buone condizioni, giunti a noi in un felice invecchiamento, magari con qualche piccola mancanza, ma poco tarlati per merito della solida consistenza del noce.

Diversamente, nelle pianure friulane o venete, umide e nebbiose, i mobili della stessa epoca appaiono maggiormente deteriorati, spesso ricchi di sostituzioni e restauri dovuti al deperimento del legno intaccato dai tarli.

Bisogna altresì considerare che in quel periodo l’arte era spinta dalla passione e dalla fede; chi intagliava un cassone, probabilmente lo faceva nei mesi invernali, in isolamento a causa della neve, e dava tutto se stesso nella la creazione di tali oggetti. La bellezza di questi mobili è proprio la loro genuina e buona qualità provinciale, ricca di sapore e norme tradizionali.

Notiamo che nella suddetta collezione museale abbondano gli inginocchiatoi, ma soprattutto i cassoni nuziali, circa una sessantina; quest’ultima tipologia di mobile fu maggiormente preservata, magari nelle soffitte, a motivo della sua praticità ed utilità. Ciò dimostra quanto era difficile, già ai tempi reperire elementi più permeabili al mutarsi delle mode, quali le credenze, i tavoli, i mobili a sedere andati distrutti dall’usura e, soprattutto, gli scrittoi, di cui la produzione fu molto limitata, essendo destinati ad una clientela d’élite, colta e benestante.

L’inginocchiatoio o Preador, sopra il quale spesso v’era appeso un crocifisso e sul quale si pregava prima di coricarsi, arredava non solo i luoghi di culto ma anche le camere da letto di civili abitazioni, testimoniando il profondo valore cristiano presente nella popolazione della Carnia del tempo.

Nel XVII e XVIII secolo i tavoli o taule tavolini o taulin erano con piani rettangolari, circolari, a volte esagonali, con sostegni a lira chiamati ribaltapolente, oppure avevano gambe tortili o tornite a balaustro, e decorati con dentellature nel bordo del sottopiano. Le sedie erano caratterizzate da dossali a cartelle sagomate e scolpite a motivi fogliacei e caratterizzate da uno stilema a valva di conchiglia. Gli armadi o armaron e armadi a muro o carmalìn, cassettoni o armar, gli scrittoi o ribalte, erano prevalentemente scolpiti a motivi naturalistici con modanature in aggetto.

Gli arredi più tradizionali di ogni casa erano la cassapanca o banchon assieme all’alare o cjavedal; quest’ultimo serviva per prepare i cibi giornalieri, mentre la cassapanca era il contenitore in cui la sposa poneva la sua dote ed era più o meno elaborata a seconda delle condizioni economiche della famiglia, ed era quasi sempre di noce, raramente intarsiate, a parte alcuni esemplari rinvenuti nell’area circoscritta a Cercivento, ma sovente intagliate con motivi ricorrenti: naturalistici, quali le foglie d’acanto nella Val Pesaris, Comeglians e Ovaro, o a rosoni racchiusi da cornici a losanghe nella valle di Paularo, oppure ancora con motivi d’ispirazione cristiana quali delfini e ippocampi, come usavano a Ligosullo.

La Val d’Ampezzo si discostava leggermente, adottando stilemi stilistici originali quali il ricorrente pino stilizzato, la minuta margherita sbocciata e frequentemente la tarsia di volatili, questi ultimi presumibilmente per influsso del vicino bellunese attraverso il Passo della Mauria.

Ogni vallata della Carnia si esprimeva con decorazioni originali e con un suo distinto linguaggio artistico, un lessico coniato nell’artigianato artistico il cui DNA proviene da una stirpe celtica: i Galli Carnei, forgiati dal più antico vescovado del Friuli risalente al periodo paleocristiano con sede nella chiesa collegiata di San Pietro in Carnia, che trasmise valori basati sulla famiglia, la fede cristiana, l’operosità e l’onestà.

Una popolazione pacifica, versatile, ospitale e cordiale, le cui doti a distanza di decenni sono ricordate ed apprezzate là dove emigrò in tutta Europa ed oltre oceano, conferendo dignità e prestigio all’aggettivo “friulano”. La conservazione di questi beni attribuisce grande rispettabilità alla popolazione della Carnia, che può essere fiera del suo nobile ceppo generoso e resa celebre da illustri nomi quali il Conte Giacomo Ceconi di Montececon e Jacopo Linussio, personaggi forti e magnanimi da cui discende.

E’ stata quindi una scelta intelligente e assai avveduta quella del Prof. Michele Gortani, giacchè in un momento in cui tutti ambivano a possedere mobili nuovi e moderni forgiati dal progresso industriale, bramosi di liberarsi di arredi considerati malsani dal collettivo senso miopico; andando controcorrente al pensiero comune, ebbe l’accortezza di conservare un patrimonio testimone delle arti minori ma altrettanto importanti di quelle maggiori per la conoscenza etnografica di una popolazione e del suo artigianato artistico, che sarebbe andato altrimenti perduto.

Michele Gortani, con gusto e conoscenza, oltre che in forza di decenni di dedizione e sacrifici, ha saputo salvare in extremis un patrimonio che stava per essere disperso; oggi ciò non sarebbe fattibile: dove si reperirebbero tutti questi manufatti ancora in patina, integri e privi di manomissioni? Sarebbe impossibile, perché la storia ha fatto il suo corso: sono poche le famiglie conservatrici di alcuni di questi beni, e quindi adesso questi oggetti in Carnia non ci sono più! Se ne sono andati per sempre e non torneranno più.

Per questo motivo il Prof. Michele Gortani è stato molto avveduto, avendo capito che bisognava fermare quella dispersione, perché con essa se ne andava una parte dell’anima di un popolo, della sua identità e paternità. L’insipienza collegiale e l’euforia per il nuovo fece sì che molti esemplari furono distrutti, modificati nella loro struttura oppure alienati. Senza l’avvedutezza del Prof. Michele Gortani la Carnia sarebbe rimasta, per esprimermi con le parole del Prof. Ciceri (altro grande collezionista di oggetti d’arte friulana), “un figlio senza padre, una Patria senza volto”.

E’ doveroso conoscere i valori di questi manufatti, che non sono insignificanti e comuni mobili vecchi, bensì oggetti antichi circoscritti ad un ciclo artistico alquanto ridotto e che non riapparirà più nella storia dell’uomo. Un periodo che abbraccia tre secoli d’oro in cui i migliori artisti furono impegnati ai massimi raggiungimenti nelle arti decorative. Ci fu un momento di fermento dello spirito emulativo e del culto del bello, iniziato con Cosimo I e Francesco I nel Rinascimento, perché ben pochi erano i mobili prima di quel periodo, per concludersi con la soppressione delle corporazioni di mestieri di lusso imposta da Napoleone.

Dopo tale evento si spense per sempre quel culto del bello nel settore dell’arredamento, gli stili furono solamente un revival con sovrapposizioni di reminiscenze ispirate a varie fonti culturali e incongruentemente accostate, prive di ogni sincretismo, quindi senza purezza stilistica e significato; inoltre, a questi eventi va aggiunta la perdita di manualità dettata dalla prima industrializzazione del mobile causata – all’inizio della seconda metà dell’800 - dall’invenzione delle macchine per la lavorazione del legno.

In risposta alla miopia di chi tempo addietro, in un dibattito, definì rustici gli arredi del Museo Carnico, mi sia concesso, a dispetto dell’ignoranza di tale espressione e in qualità di storico del mobile, far presente che questa rara collezione di manufatti è fortemente artistica, autoctona e quindi una preziosa testimonianza didascalica di una particolare forma di civiltà, a differenza della sovrabbondanza d’arte contemporanea del tutto svilita; ha forte valenza didattica, quindi materia importante che meriterebbe maggiore attenzione e divulgazione negli ambienti scolastici tutt’ora totalmente ignorata, e ai quali sani e genuini valori le giovani generazioni dovrebbero essere maggiormente orientate.

La politica in Friuli pone tanta attenzione alla conservazione della parlata locale imbrattando segnaletiche stradali, ma contestualmente dimostra ignoranza, totale indifferenza e trascuratezza verso una serie di valori primordiali della nostra cultura che sicuramente non sono meno importanti della lingua stessa.

In conclusione, il Museo Carnico Gortani è un fiore all’occhiello del Friuli, un biglietto da visita culturalmente seducente per studiosi e visitatori che vogliono conoscere la storia della nostra regione, che offre una ricca vastità di manufatti, unica e di notevole valenza didattica, artistica e demologica.

UN ABILISSIMO MAESTRO EBANISTA FRIULANO,

TANTO ELEVATO DA VEDERE OLTRALPE

Di Lucien Zinutti – Esperto d’Arte Antica. Storico del mobile d’antiquariato. (Iscritto al ruolo Periti CCIAA di Udine - Consulente tecnico del Giudice, iscritto ruolo Periti, CTU n°630 Tribunale di Udine. Estimatore fiduciario di AXA-ART).

 

A Mattia Deganutti il Prof. Claudio Mattaloni, suo conterraneo, rende grande omaggio con un’approfondita ricerca di notevole valenza scientifica e didattica, pubblicata nel volume Mattia Deganutti maestro lignario 1712–1794, edito da Libera Accademia, Cividale, 1999. Un’opera (dal costo di soli 15 euro) per cui provo notevole considerazione e che consiglio vivamente a tutti gli appassionati del settore. Il Prof. Mattaloni dedica all’artista 278 pagine di meticolosa, complessa ed ampia ricerca, offrendo inoltre ricche testimonianze e riassumendo, dall’infanzia alla morte, tutta la sua carriera artistica.

Mattia Deganutti fu attivo nel periodo in cui ferveva il rinnovamento degli edifici sacri; ebbe pertanto, in prevalenza, delle committenze da parte di ecclesiastici e realizzò molti arredi cultuali che sono tutt’ora conservati in numerose parrocchiali friulane, quali mobili da sagrestia, stalli e cori lignei, anche arredi civili di notevole valore artistico per famiglie nobili del Friuli e non solo, come lo stupendo esemplare qui riprodotto che gli fu commissionato dai nobili cividalesi De Portis e al quale sono legate diverse curiose vicissitudini.

Il mobile è stato pubblicato anche dal Prof. Mattaloni mediante una foto in bianco nero del XIX secolo conservata nella Biblioteca Joppi di Udine; la relativa didascalia indica che fu venduto alla fine dell’800; il resto della storia l’ho seguito personalmente: il mobile approdò in Inghilterra e fu acquistato da un antiquario parigino. Nel 1978 fu rivenduto ad un collezionista emiliano che alla cui morte gli eredi lo cedetterò ad un avventore friulano. Così il mobile è potuto tornare in Friuli, nella patria che lasciò alla fine dell’800.

Mattia Deganutti fu lo stipettaio più abile del Friuli per tutto il XVIII secolo; sebbene operasse in un ambiente provinciale, seppe affrancarsi vincoli stilistici locali, così come da quelli oltreconfine con i quali sicuramente si confrontò. Il suo talento deriva proprio dall’aver saputo cogliere nelle sue opere la leggiadria delle fogge veneziane abbellendole con stilemi d’oltralpe, fiorenti di leziosi francesismi.

Solo una visione internazionale poteva distinguere e appropriarsi di simili frutti.

In Friuli le sue opere ebbero un ascendente su fabri lignaminis contemporanei sicchè è riscontrabile su manufatti dell’epoca una corrente stilistica deganuttiana palese nella profusione di stilemi rocaille e campiture a graticcio e di chiara derivazione bavarese, di cui approfondiremo appresso la provenienza.

Dalle ricerche del Prof. Mattaloni sappiamo che Deganutti era il primogenito di un contadino di nome Luca, e sin da piccolo creava bellissimi oggetti lignei meravigliando i suoi compaesani. Fu mandato giovanissimo a Venezia per apprendere l’arte della lavorazione del legno, dove dovette adattarsi alle rigide leggi delle corporazioni che regolavano il percorso formativo degli apprendisti, e dove rimase dal 1723 al 1728, benché non potesse intraprendersi il garzonato prima dei 13 anni di età. In quel contesto subì l’influenza del famoso architetto Giorgio Massari (Venezia 1687–1766), ma fu anche allievo dell’architetto tolmezzino Domenico Schiavi (1718-1795). Dalle testimonianze raccolte abbiamo quindi certezza che fu forgiato nella cultura Veneziana.

Non si era però finora notato che l’arte lignea di Deganutti era permeata di uno spiccato sapore forestiero; osservando i suoi manufatti mi accorsi d’acchito che le sue decorazioni ubbidivano al lessico in voga presso le rinomate botteghe d’intaglio salisburghesi dell’epoca, con peculiarità diverse dai veneziani e dai friulani; ma rilevai altresì che la sua perizia le superava qualitativamente nelle incisioni a sgorbia ma soprattutto nell’eleganza dell’impianto costruttivo.

Anche il Prof. Mattaloni si accorse che gli stalli del coro della Parrocchiale di Buttrio, realizzati nel 1755, presentavano richiami alle incisioni ornamentali del Blondel. Vediamo quindi di risalire in sequenza ordinata alla fonte del motivo di quest’influenza.

Orbene, bisogna ripercorrere la storia del Barocchetto bavarese – a cui attinge Deganutti – se si vuole giungere ad una corretta lettura iconografica della sua arte lignea. Le volute asimmetriche capricciosamente contorte, incise a sgorbia dal Deganutti, si ritrovano - dipinte ad encausto - anche sulle ante dei mobili del Monte di Pietà di Cividale del Friuli, che il Prof. Tito Miotti nelle sue pubblicazioni in merito riallacciò alla cultura francese derivandole dalle incisioni ornamentali di Jean Bérain. Dunque, senza discostarsi troppo in ambito geografico, in considerazione anche dell’area in cui operò il Deganutti con le sue relative vicissitudini storiche, sarà più prudente ritenere che ebbe maggiori contatti con la cultura oltremontana, e per la precisione col Rococò bavarese, che attraverso il receuil de composition fornito alla fine del secondo decennio del XVIII secolo dal De Cuvillés, si divulgò non solo in Germania, ma sino a Vienna e ai confini d’Italia, e la cui fonte iconografica è spiccatamente presente nell’arte lignea del Deganutti.

Jean François De Cuvillés nacque a Soignies Hainaut nel 1695, un villaggio del Belgio oltre Mons in direzione di Bruxelles, e morì a Monaco di Baviera nel 1768. Era affetto da nanismo e nel 1708 divenne buffone di corte al servizio di Massimiliano Emanuele di Baviera che allora risiedeva a Bruxelles. Durante i suoi molteplici viaggi in Francia il Principe Elettore portava sempre con sé il De Cuvillés e si rese conto del suo grande interesse verso l'arte. Volendo promuovere le sue virtù artistiche, lo mandò a studiare architettura a Parigi, presso l’Académie royale d'architecture, già istituita da Luigi XIV il 30 dicembre del 1671 al Palais Royal, sotto la direzione di Nicolas François Blondel (Ribemont 1618 - Paris 1686), ma trasferita al Louvre dal 1692. Qui il De Cuvillés rimase per cinque anni, dal 1720 al 1725 sotto la direzione dell’architetto Robert De Cotte (Paris 1656 - 1735).

Fu così che Jean François De Cuvillés respirò a pieni polmoni il Rococò francese e al suo ritorno a Monaco di Baviera fu nominato lo stesso anno (1725) Architetto di Corte. Realizzò sin dall’inizio un repertorio di oltre 400 tavole incise di modelli decorativi che diverranno la base del Barocchetto e Rococò bavarese in cui è evidente un forte influsso dell’omonimo nuovo stile del Messonier.

Il De Cuvillés si era formato attraverso le opere del Blondel quali L’architecture française e i Cours d’architecture civile, ma i suoi ornati s’ispirarono profondamente anche ai disegni ornamentali del Messonier, massimo protagonista del Rococò francese, oltrechè a quelli di Lajoue e di Pineau, che però non copiò mai in modo pedissequo, ma esprimendo un suo stile personale. L’arte Rococò che fiorì a Wuerzburg, a Nymphenburg e in altri centri della Baviera e dell’Austria, dopo il 1730 s’ispirò in gran parte al suo Recueil de composition. I due capolavori principali del De Cuvillés sono l’omonimo teatro dentro la Residenz di Monaco di Baviera e l’Amalienburg nel parco di Nymphenburg. Il nano di corte, giullare di Massimiliano Emanuele, assurse così al ruolo di maggior protagonista dello stile Rococò bavarese.

Ecco dunque perché negli stalli del coro della Parrocchiale di Buttrio vige un richiamo al Blondel e - a conferma della mia tesi - dal Prof. Mattaloni sono state raccolte testimonianze che il Deganutti fece studi a Vienna, e altre in cui gli si commissionò di realizzare degli sportelli alla maniera tedesca.

Il Deganutti dimostra raffinatezza nelle sue opere; nel mobile qui riprodotto notiamo un’interpretazionebarocchetto realizzata con un impianto costruttivo che presenta soluzioni stilistiche prive di flessioni provinciali, pertanto solenne ed elegante; altrettanto equilibrata ed armoniosa appare la notevole qualità incisoria che germoglia sul substrato ligneo e infine, modanature e cornici, impaginando l’opera, si adattano in perfetta sintonia. Sebbene vincolato dalla committenza ad una pacata sobrietà stilistica, il Deganutti si rivela un abilissimo e avveduto maestro ebanista del XVIII secolo, avendo inglobato e tradotto con rimarchevole perizia tutte le tre doti del faber lignaminis: marangone de noghera, marangone rimessero, marangone de soaze. Mattia Deganutti è pertanto degno di appartenere all’aulica sfera dei massimi ebanisti italiani del tempo, se non altro per la sua visione internazionale; fu il solo in Friuli e Veneto a guardare oltralpe, a dispetto dell’assoluta predominanza del polo artistico lagunare. A mio avviso, non poté dar completo sfoggio alla sua verve, diversamente dall’ambito in cui operarono grandi ebanisti quali il Piffetti, egli dovette realizzare mobili di culto e operare per una nobiltà provinciale conservatrice, che non gli permise mai di esprimersi pienamente nella capricciosa espressione rococò.

Nella sua produzione si nota che, pur avendo ampiamente vissuto il Rococò nella capitale della Serenissima, lo adattò nelle incisioni ma ben poco agli impianti costruttivi: la risposta sta proprio nel fatto che dovette anzitutto soddisfare il gusto dei suoi committenti e, nelle provincie, le fastose fogge rococò non trovarono mai degna ambientazione, e in ragione di questa condizione solo alcune curiose e timide forme d’interpretazioni rococò sono note.

Il valore estetico dei suoi manufatti fa presumere che se il Deganutti fosse stato attivo a Venezia o in altro importante centro collegato con l’Europa, al servizio di altolocate committenze, a mio avviso, avrebbe dimostrato di saper interpretare il Rococò con padronanza e bravura in tutte le sue frange più leziose.

ANALISI STILISTICA

Formelle sagomate contornate da intaglio a stilemi di forte ispirazione bavarese, molto diffusi anche in Austria. Le forme irregolari di queste formelle si ritrovano anche su mobili parmensi disegnati da Le Petitot per Palazzo Ducale a Colorno, anch’essi quindi di forte ispirazione francese. La campitura a graticcio della seconda formella anch’essa è un derivato di cultura francese. Anche i vasi acroterali e soprattutto l’intaglio a traforo appartengono al lessico del Barocchetto bavarese.

Modanatura a zoccolo e cerniera tipiche dei mobili veneti. Voluta laterale alla base dell’alzata, tipica dei mobili austriaci e bavaresi.

Ricco fastigio intagliato d’ispirazione bavarese, diverso dalla plasticità delle cimase venete. Interno dello scrittoio sguarnito, povero, privo di cassettini, modo prettamente austriaco, tedesco, che non ha attinenza con l’ebanisteria italiana.

Qui sotto un comò parmense le cui decorazioni ubbidiscono al lessico dell’Architetto Le Petitot, dove riscontriamo delle formelle con evoluzioni asimmetriche derivate dal Rococò francese e simili a quelle adottate dal Deganutti.

L’unico elemento criticabile di questo mobile è il vano scrittoio quando è chiuso, non tanto per l’interno povero alla tedesca, quanto per la soluzione stilistica che non si rilega armoniosamente all’impianto.

UN PROGETTO VINCENTE PER VILLA MANIN

 

Un progetto di valorizzazione di un territorio deve essere imperniato sulla rivalutazione delle sue peculiarità storiche, artistiche e paesaggistiche. Codroipo, capitale del Medio-Friuli, possiede un’importante eredità storica – non adeguatamente valorizzata – che è la Villa Manin di Passariano, su cui regna una miopia politica cronica. Ci sono inoltre le risorgive e le Frecce Tricolori, che insieme a Villa Manin costituiscono le principali attrattive del luogo. Una programmazione ambiziosa e decisa che valorizzi questo variegato patrimonio potrebbe sviluppare una potenzialità capace di trainare economicamente e culturalmente tutto il territorio circostante.

Premesso che falsi centri storici ricostruiti sul nulla, come l’Outlet Village di Palmanova oppure quello all’uscita autostradale di San Donà, dove è sorta una piccola Venezia artificiale, raccolgono tanto successo da registrare i giganteschi parcheggi sempre colmi di macchine, questo deve indurre a chiederci: perché la Villa Manin – autentica opera d’arte architettonica europea - non dovrebbe aver altrettanto successo?

Io sono convinto che abbiamo una potenzialità enorme da sfruttare, si tratta di coinvolgere la Regione e il Comune di Codroipo, coordinando cultura, fantasia, organizzazione, determinazione e un piccolo aiuto economico.

Sintetizzerò le tre principali linee guida per portare a compimento tale progetto.

 

1) RICOSTRUIRE IL BACKGROUND DELLA VILLA PER DARLE UNA PROPRIA SPICCATA IDENTITA’, INCOMINCIANDO DALL’ARREDAMENTO

 

A questo proposito sarebbe opportuno coinvolgere la Regione - considerato il momento molto favorevole per il mercato - per acquisire a livello mondiale arredi coevi alla Villa, e documenti mirati alla ricostruzione della sua storia. All’interno troverebbe collocazione anche l’allestimento di un museo napoleonico. Questo potrebbe avvenire anche ricevendo e incentivando lasciti da parte di privati. La Villa diventerebbe così un polo culturale permanente per il territorio.

Qualche anno fa i nostri politici hanno acconsentito ad una spesa di dieci milioni di euro per costituire il dimenticato museo delle carrozze di S.Martino a due km dalla Villa Manin, quando il valore effettivo del suo contenuto si aggira attorno ai 250.000 euro. Perché ora, approfittando della favorevole congiuntura economica, non potrebbero stanziare un milione e mezzo circa di euro per arredare la Villa con un arredo consono e mirato del ‘700 veneziano (mobili, pittura, maiolica..) che manterrebbe saldamente il suo valore venale e culturale nel tempo e che anche si rivaluterebbe?

Si potrebbe ricreare in un salone a pianoterra della Villa, in cera a dimensione naturale, i personaggi di Napoleone e del Conte Von Cobenzl, protagonisti della firma del famoso trattato di Campoformio, avvenimento storico presente in tutti i testi di storia del mondo e che dà il nome persino a una stazione della metropolitana a Parigi. Il testo del trattato dovrà essere presentato in tutte le sue sfacettature e con la massima suggestione teatrale possibile. Aggiungo: con la possibilità di ascoltare quello che si dissero in quella storica occasione! E perché non rievocare tale evento nella Villa ad ogni suo anniversario, con tutta la coreografia occorrente? Questo vorrebbe dire valorizzare la Villa!

La Villa inoltre sarà il prestigioso contenitore di numerose mostre, con un occhio di riguardo alla nostra cultura, che rimane ancora misconosciuta a molte persone, e alle culture delle regioni limitrofe al Friuli, compresa la Carinzia e la Slovenia, nell’intento di fare divenire la Villa un polo culturale mitteleuropeo. Si possono elaborare mille altre idee, basterà vagliarle con competenza, affidando però questo compito solamente a persone di cultura. A tale scopo pertanto anche la Regione dovrà impegnarsi a fornire una personalità – più che politica - culturalmente adeguata alla gestione della Villa.

Una Villa Manin viva e vivacizzata, che crea curiosità, interesse, attrazione, spettacolo. D’estate la Villa ospiterà dei concerti di musica classica nel parco, facendo girare le carrozze di S.Martino, trainate da cavalli e condotte da "cocher" in uniforme.

Contestualmente dentro la Villa – deve essere tassativamente vietato: 1) l’ingresso delle macchine 2) le sagre di paese organizzate dalla Proloco 3) tutti i concerti di musica pop che con le loro vibrazioni, causate dall’alto volume acustico, danneggiano la Villa. Manifestazioni di questo tipo dovranno essere allestite al di fuori della Villa.

 

2) COINVOLGERE I BORGHI ADIACENTI ALLA VILLA CON INCENTIVI COMMERCIALI, AFFRANCANDOLI DA INUTILI BUROCRAZIE E INOPPORTUNE TASSE COMUNALI.

 

Occorre coinvolgere anche i dintorni della Villa: andrebbe ripensato il borgo di Passariano ma anche l’adiacente paese di Rivolto, creando incentivi da parte del Comune per ridare slancio ai vecchi mestieri destinati a scomparire, come il restauratore di dipinti, di mobili, il fabbro che lavora artisticamente il ferro e il rame, il falegname, l’intagliatore, l'arrotino, il calzolaio, il maniscalco, lo stagnino, il bottaio, il sellaio, il cocchiere, ecc. La Regione dovrebbe intervenire a favore della nostra specialità friulana, impegnadosi per il salvataggio di questi mestieri, affrancandoli – in questo contesto - dall’asfissiante, ridicola, offensiva e inutile burocrazia borbonica. Si darà spazio a tutti i prodotti tipici friulani, assicurando alle migliori aziende del settore una loro rappresentanza in loco.

A tale proposito dovrà istituirsi una commissione per valutare le qualità morali e attitudinali, nonché la sensibilità estetica, di chi si proporrà a gestire un’attività a Passariano di Villa Manin – non sarà per tutti: le preferenze verranno conferite alla migliore qualità di prodotti, alla più consona professionalità e agli artigiani più abili, evitando tassativamente speculazioni meramente commerciali che farebbero naufragare lo spirito del progetto.

L’insediamento dovrà avere un’espansione lenta e progressiva attenendosi a leggi selettive, allo scopo di insediare solamente ditte con una personalità professionale ben distinta e tese alla conservazione di mestieri artigianali - artistici in via d’estinzione. Nel settore dell’alimentazione verrà adottato lo stesso criterio selettivo, favorendo le ditte più atte a rappresentare la qualità dei prodotti friulani.

Contestualmente va imposto a tutto il territorio adiacente alla Villa il massimo rispetto architettonico e va inoltre favorito con incentivi del Comune e della Regione il ripristino architettonico, laddove in passato si sono realizzati interventi edilizi in contrasto con l’identità del luogo. Vanno contestualmente implementate le aree verdi nelle vicinanze della Villa: ad esempio, lungo la strada spoglia a sud, che arriva alla Villa da S.Martino, andrebbero piantati degli alberi.

Va favorito l'insediamento di strutture alberghiere rispondenti a standard europei e con personale qualificato; anche la ristorazione dovrà rispondere a criteri qualitativi, fornendo inoltre servizi a prezzi competitivi.

Vanno valorizzate e sfruttate le mura di cinta del parco della Villa, allestendo un minimo di illuminazione adeguata. Vanno ripristinati i fortini napoleonici completamente abbandonati, lungi i quali si potrà creare percorsi ciclistici.

Contestualmente a questo progetto si deve sviluppare un progetto parallelo per la rivalutazione delle risorgive e dello Stella, quest’ultimo potrebbe essere sfruttato per la navigazione con canoe o con insediamenti di maneggi lungo il suo verde percorso. Un altro progetto deve essere sviluppato per le Frecce Tricolori, creando un osservatorio che potrebbe collocarsi nel fortino situato quasi di fronte. Nello stesso modo è opportuno organizzare un percorso turistico collegando Passariano alle varie ville adiacenti, quale la Kechler e la Mainardis con il suo maneggio.

 

3) RIPENSARE UN COLLEGAMENTO LOGICO DELLA VILLA CON LE STATALI NAPOLEONICA E PONTEBBANA, LUNGO LE QUALI DOVRA’ ESSERE BEN PUBBLICIZZATA.

 

Naturalmente la Villa dovrà avere una strada d’ingresso che la colleghi in maniera logica, ad angolo retto, alla Pontebbana Udine - Pordenone, usufruendo della bella strada alberata – che andrà allargata - che parte dalla piccola rotonda di Zompicchia ed arriva diritta alle mura del parco della villa (si tratta di una strada storica che collegava Villa Manin a San Daniele). Tale ingresso conferirebbe dignità alla Villa e l’eventuale apertura di un ingresso dal parco sarebbe molto suggestivo. Le mura dovrebbero essere illuminate di notte e visibili dalla statale, creando una visione suggestiva che “calamiterebbe” il potenziale visitatore verso il sito storico.

Nel contempo tale connessione eviterebbe di convogliare gli autobus lungo il centro abitato di Rivolto; attualmente i mezzi pubblici e privati devono seguire un percorso totalmente illogico che crea notevole difficoltà a trovare la villa a chi non è del posto. Dalla Napoleonica invece ci si congiungerà alla Villa dalla strada diritta che costeggia il centro storico di Rivolto. A questo punto si potrà eliminare la nuova inutile enorme rotonda, restituendo verde alla natura e chiedendo i danni ai responsabili con una class action.

Sarà indispensabile posizionare dei giganteschi cartelloni che pubblicizzano la Villa, riproducendo un disegno del complesso architettonico, come esiste già per ogni sito storico dell’Europa culturalmente civilizzata. Tali cartelloni allestiti lungo la Pontebbana e la Napoleonica dovranno informare i viaggiatori che si trovano in prossimità della famosa Villa Manin, dove venne siglato il Trattato di Campoformio.

Inoltre dovranno essere creati dei collegamenti con la villa, bus, treni o altri mezzi efficienti, sia da Codroipo che da Udine, Pordenone e Trieste. Dall’uscita dell’autostrada Latisana e Portogruaro dovrà essere posta adeguata segnaletica.

Faranno da contorno i migliori agriturismi del luogo. In Villa verrà rilasciato un depliant dove saranno inserite ditte del territorio, selezionate in base ai criteri accennati.

In conclusione, io immagino la Villa Manin come un richiamo irresistibile per il turista colto, affollatissima di visitatori interessati alla sua identità culturale, che potranno nel contempo godere della qualità di tutte le attività collaterali insediate nei borghi adiacenti. I mestieri artistici potrebbero essere allestiti anche nelle barchesse come era già in programma ai tempi del Conservatore, Prof. Aldo Rizzi.

Un programma ambizioso che in corso di attuazione presenterà sicuramente delle incognite non contemplate in questo sintetico progetto, ma ho la convinzione che basterà iniziare, con l’aiuto della Regione, per poi superare tutti gli ostacoli, e sicuramente nel giro di pochi anni questo progetto avrà un’espansione inarrestabile.

In conclusione se ora la Villa esiste solo per Tiepolo e Munch, vuol dire che è mal gestita, e che è venuta l’ora di aprire gli occhi: la Villa deve essere anzitutto un richiamo per la sua identità architettonica e storica.

Poesie di Maria Pia Quintavalle “Las Lusignes”

PRIMAVERA

L’inverno ancora non è passato,

ma Anduins è fortunato,

giacchè dal sole è baciato,

il sole inonda case,

strade e gradinate,

tanto che delle viole profumate

in una gradinata del paese son sbocciate,

forse la neve ancora cadrà,

ma lo sbocciare delle viole annuncia

che la primavera presto verrà.


AMORE

Ciao, sono qui.

Ti accarezzo lievemente…

un’espressione dolce

dipinge il tuo volto

cerchi la mia mano,

la stringi,

apri gli occhi e

sboccia un sorriso.

Le tue mani,

i tuoi occhi

sono la tua voce.

Mano nella mano

occhi negli occhi

e nel silenzio odo

un’esplosione di

mille parole d’amore.

NON PIU’

Il treno corre,

carico di passeggeri,

aggrediti da mille pensieri,

San Stino, Ceggia,

già da lontano vedo l’alto campanile,

mentre una strana gioia

di me si impossessa,

il treno si ferma,

scendo,

il mio passo si fà veloce

per arrivare presto alla casa che mi ha visto ragazza,

alzo gli occhi alla finestra

e vedo il dolce volto di mia madre,

agito la mano in segno di saluto,

lei mi risponde,

con le gambe rese incerte dall’età

si alza dalla sedia,

mi viene incontro,

mi abbraccia,

dolcemente,

fortemente,

il treno corre,

ancora da lontano vedo l’alto campanile,

ma ora alla gioia si insinua l’angoscia,

non più il dolce volto di mia madre alla finestra aspetta,

non più le sue braccia mi stringeranno,

non più.


GIOIA MATERNA

Quando un bimbo è ancora nel grembo materno

dà gioia.

Quando nasce e s’ode il suo primo vagito

dà gioia.

Lo accudiamo con amore e con dolcezza,

mai stanche di guardarlo

e ci dà gioia.

La ruota della vita corre

più di quanto pensiamo,

i figli ce li ritroviamo adulti,

mentre noi invecchiamo.

Per la loro strada poi,

se ne andranno,

e fortunati saremo

se ancora vicini li avremo.

E se dopo un’assenza

il suono di un clacson

il loro ritorno annuncia

un fremito di gioia ci pervade,

e malgrado gli acciacchi e gli anni,

corriamo, per la gioia,

ai nostri piedi le ali mettiamo.