In questa pagina vorrei far conoscere alcune storie di contemporanei o quasi, fulgidi esempi di santità di vita.

Con orgoglio faccio conoscere un uomo che oltre ad essere il medico di famiglia, era anche un buon amico dei miei bisnonni materni.

                           Servo di Dio

               Mons. MARCELLO LABOR


Marcello Labor nacque a Trieste da genitori ebrei l’8 luglio 1890. Nel 1902 si iscrive al ginnasio liceo comunale italiano poi "Dante Alighieri", dove incontrò compagni e amici molto cari, come Scipio Slataper e Giani Stuparich, illustri scrittori della letteratura italiana. Fin da giovanissimo fu votato alla scrittura, come si può evincere dai Diari (cinque quaderni in tutto, iniziati nel 1907), dalla corrispondenza con Scipio Slataper, dalla traduzione di "Judith" di Friedrich Hebbel per i Quaderni de "La Voce" (1910). Nella sua cerchia di amici ci furono intellettuali quali Guido Devescovi, Elody Oblath, Pietro Pasini, Gigetta Carniel, Guglielmo (Willy) Reiss-Romoli, che divenne suo cognato. Frequentò l’Università di Vienna e Graz, dove si laureò in medicina nel 1914.

L'1 gennaio del 1912 sposò a Trieste, con rito ebraico, Elsa Reiss, da cui ebbe tre figli: Maria, che morì prematuramente, Giuliana e Livio. Il 2 aprile il padre Carlo italianizzò il suo cognome Loewy in Labor e si fece cattolico esortando il figlio Marcello a fare altrettanto.

Nel 1914, assieme alla sua sposa, abbracciò la fede cattolica e ricevette il battesimo a Lubiana il 23 dicembre di quell’anno ma rimase in fatto religioso indifferente. Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come ufficiale medico nell’Esercito Austroungarico sul fronte della Galizia, dove venne fatto prigioniero dai russi. Terminata la guerra, si stabilì a Pola, dove esercitò la professione medica con grande competenza e sensibilità umana.

Ricco di profondo credo religioso, si impegnò alacremente nell’apostolato, dedicandosi, in maniera particolare, all’opera San Vincenzo de’ Paoli, dove riuscì a esternare il suo grande amore per i poveri. Inoltre animò l’Azione Cattolica e fondò il Centro dei laureati cattolici. Di grande pietà eucaristica, studioso della dottrina cattolica, si prodigò con la parola e gli scritti a illustrare il pensiero e la spiritualità cristiana.

Rimasto vedovo nel 1934 e instradati i figli, sentì fortemente la chiamata per mettersi al totale servizio di Dio e della Chiesa. Superati gli esami di teologia, venne ordinato sacerdote a Trieste dal vescovo Antonio Santin, nella cattedrale di San Giusto, il 21 settembre 1940.

Divenne rettore del Seminario di Capodistria prima e di Trieste poi; inoltre fu parroco a Fossalta di Portogruaro, padre spirituale del Seminario Teologico centrale di Gorizia e poi parroco della cattedrale di San Giusto a Trieste. Dotato di profonda prudenza e praticità, fu direttore spirituale ricercato e predicatore molto apprezzato.

Animatore di associazioni e gruppi come Fuci, San Vincenzo de’ Paoli, "Salus Infirmorum", "Lampade viventi", si dimostrò esemplare per zelo, pietà e dedizione nel decoro della chiesa, nonché ammirevole per l’umanità nell’accostare le persone.

Nel 1943 Marcello Labor fu esiliato perché ebreo di origine e funse come vicario parrocchiale a Fossalta di Portogruaro, fino al 1945. Fu anche incarcerato dai comunisti di Tito. Nel 1953 venne nominato da Pio XII Prelato Domestico. Morì d'infarto, che diagnosticò egli stesso con precisione, il 29 settembre 1954.

Perseguitato sia dai fascisti che dai comunisti, don Labor trovò in Cristo l’unica Verità. Significative sono le pagelline scritte per i suoi parrocchiani di San Giusto, pubblicate postume con il titolo di Adorazioni eucaristiche: si tratta di brevi elaborati di teologia mistica. È stato proclamato servo di Dio dalla Congregazione per le Cause dei Santi l'11 giugno del 2000.

Da http://www.santiebeati.it/dettaglio/95149

e da "Marcello Labor. Un uomo inseguito da Dio"

Preghiera

Sono nella bufera, sulle acque irose,

che quasi sommergono questa povera navicella.

E tu dormi, mio Signore Gesù?

Dormi: e mi vien voglia di dirti, come i tuoi allora:

"Maestro mio, proprio non ti interessi di me?"

allora tu ti svegli; e mi rimproveri:

"Come mai non hai fede?"

e io insisto:

"Quale fede vuoi dunque da me?"

tu mi rispondi nel tuo divino misterioso silenzio:

"La fede in Gesù che può tutto;

la fede in Gesù che tutto vuole donare;

la fede in Gesù che vuole tutti salvi per l'eternità"

Salvami, dunque!

Salvami dai dubbi di una fede monca.

Salvami dalla paura, dalla timidezza, dalle incertezze, dalla vertigine delle vette.

Salvami dal mio egoismo.

Salvami; e spingimi a donarmi a te, e a donarmi alla fatica e all'amore.

Salvami dalla neghittosità che mi impedisce di essere tra tutti i santi.

Il servo di Dio Marcello Labor


L'urna con le spoglie di Marcello Labor

nella chiesa di S. Antonio Taumaturgo a Trieste

Per approfondire:

http://centreleonardboyle.com/Labor.html

http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5304&Itemid=33

                                   Beato

       FRANCESCO GIOVANNI BONIFACIO

                      sacerdote e martire


Pirano, Slovenia, 7 settembre 1912 - Krasica, Croazia, 11 (?) settembre 1946.

Nato da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli, Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto a Trieste.

I suoi piccoli amici lo chiamano “el santin”. Non per derisione, ma perché tale a loro sembra quel ragazzino semplice, tanto generoso, buono fino all’eccesso. Entra a 12 anni nel seminario di Capodistria e, se non eccelle negli studi, certamente si distingue per la bontà e per la vita di intensa preghiera. I seminaristi finiscono per ribattezzarlo “santo pacifico”, per la pazienza e il sentimento che mette nell’instaurare buoni rapporti con tutti, eliminare i contrasti, alimentare la spiritualità dei suoi compagni anche durante le vacanze. Prete a 24 anni, dopo tre anni di tirocinio, nel 1939 lo mandano come cappellano a Villa Gardossi, 1300 anime disseminate in casupole e casolari lungo i pendii collinari tra i paesi di Buie e Grisignana. Il giovane prete si butta a capofitto nel lavoro, riorganizzando il catechismo, l’Azione Cattolica, il gruppo chierichetti, la cantoria parrocchiale. Soprattutto cura con particolare attenzione il rapporto personale con i suoi parrocchiani: tutti i pomeriggi sono dedicati al contatto diretto con la sua gente, che va a cercare di casa in casa, soprattutto dove immagina ci sia qualche malato da confortare o qualcuno da incoraggiare. Non scoppia di salute, a giudicare dall’asma che lo tormenta da sempre e dalla tosse insistente e cronica che rivela i suoi tanti problemi bronchiali e polmonari. Eppure, con qualsiasi tempo, appoggiato al suo bastone e accompagnato dal suo cane, percorre in lungo e in largo la sua valle, fermandosi solo di tanto in tanto a riprendere fiato. La mamma e il fratello minore si trasferiscono con lui in canonica, per condividere la sua vita semplice e povera in quella valle in cui manca l’elettricità, l’acqua potabile bisogna andarla cercare in sorgenti distanti da casa, la terra è avara. “Tirano cinghia” anche loro, accontentandosi di molte minestre, di polente quasi quotidiane e di uova. Sempre che lui, il pretino che si fa tutto a tutti, non le porti prima in qualche casa dove le bocche da sfamare sono troppe e non tutti hanno qualcosa da mettere sotto i denti. Un prete così si fa amare, ispira simpatia, attira consensi. Forse anche troppi, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, quando si espone in prima persona per evitare inutili carneficine e rlappacificare gli animi, rivelandosi davvero quel “santo pacifico” che i suoi compagni avevano conosciuto negli anni di seminario. E tale continua ad esserlo anche a guerra finita, quando l’Istria vive uno dei più bui momenti della sua storia passando di fatto sotto la diretta amministrazione del governo jugoslavo. Che avvia un’opera di vera e propria pulizia etnica, con esecuzioni sommarie e migliaia (4.000 per le fonti ufficiali, forse addirittura 20.000) di giustiziati “fatti sparire” nelle foibe, cioè nelle cavità carsiche di cui il territorio è ricchissimo. Sorprendente il coraggio sfoderato dal prete malaticcio e timido solo all’apparenza. Esclusivamente in nome del Vangelo, e non di vaghe teorie pacifiste, continua ad esplicitamente ammonire ed istruire, dall’ambone e a catechismo, negli incontri personali e nelle adunanze pubbliche. Dà fastidio, quel prete, e cominciano a fioccare avvertimenti e minacce. Continua imperterrito in nome di Cristo, limitandosi a consultare il suo Vescovo, che lo consiglia di essere prudente e di limitare la sua attività all’interno della chiesa, evitando ogni presa di posizione pubblica. “Era quello che pensavo”, dice il prete, “ma aspettavo che mi venisse imposto per obbedienza, perché solo così sono certo che questa è la volontà di Dio”. Ma ormai la sua sorte è segnata: lo aspettano l’11 settembre 1946, al ritorno da Grisignana, dov’è andato a confessarsi. Lo vedono sparire nella boscaglia, sotto la scorta di alcune “guardie del popolo” e da quel momento nessuno saprà più nulla di lui. Solo negli ultimi anni un regista teatrale è riuscito a mettersi in contatto con una di quelle “guardie” ed a ricostruire le sue ultime ore: sequestrato, spogliato, insultato, torturato e umiliato, viene riempito di botte, preso a sassate e finito poi con due coltellate. I suoi resti a tutt’ora non sono stati identificati, perché probabilmente il cadavere è stato fatto sparire, “infoibato” come quello di tanti altri innocenti.

Nel 2008 don Francesco Bonifacio è stato proclamato beato, riconoscendo che la sua morte è avvenuta in “odium fidei”, cioè in odio alla sua fede, al Vangelo, alla chiesa e al suo ministero sacerdotale, svolto con troppo coraggioso zelo.

In data 3 luglio 2008 il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi ad emanare il decreto per la Beatificazione del Servo di Dio. In data 28 luglio la Segreteria di Stato ha comunicato al Vescovo che Papa Benedetto XVI ha concesso che il rito di beatificazione sia celebrato il 4 ottobre 2008 nella Cattedrale di San Giusto a Trieste. La memoria liturgica del Beato viene celebrata ogni anno l’11 settembre, giorno presunto del suo martirio.

Da http://www.santiebeati.it/dettaglio/94187

    

     Venerabile

EGIDIO BULLESI


“Posso esclamare: ecco, la mia vita segue una stella;

tutto il mondo, così, mi pare più bello”

Egidio Bullesi

Egidio Bullesi, fratello maggiore di don Oliviero parroco di Vito d'Asio per più di 55 anni, nacque a Pola (diocesi di Parenzo) in Istria, che allora apparteneva all'Austria, il 24 agosto 1905.

Terzo dei nove figli di Francesco e Maria Diritti, frequentò la scuola italiana, fino a quando nel 1914, scoppiata la prima guerra mondiale, dovette con la famiglia rifugiarsi a Rovigo in Italia.

Ma dopo la dichiarazione di guerra da parte italiana all'Austria, mentre il padre era rimasto a lavorare a Pola, lui con il resto della famiglia, si dovette trasferire a Szegedin (Ungheria), Wagna e Graz (Austria).

Di carattere esuberante, impulsivo, istintivo, si sentiva profondamente italiano; per questo la famiglia Bullesi durante tutto il periodo della guerra, trascorse un periodo nero.

La famiglia ritornò a Pola, diventata italiana, dopo il 1919 e secondo i biografi ebbe un periodo di rilassatezza nella pratica religiosa. Ma l'adolescente Egidio si riprese ben presto, con l'arrivo dei padri Francescani, che prese a frequentare, prima nel santuario della Madonna di Siana e poi nel centro della loro attività, l'orfanotrofio di S. Antonio.

Intanto a 13 anni prese a lavorare come carpentiere nell'arsenale di Pola, dove nonostante la giovane età, si fece notare per la coraggiosa pratica della sua fede cattolica, specie in quell'ambiente di affermato socialismo, meritandosi comunque l'ammirazione e la stima di tutti.

Seguendo l'esempio della sorella Maria, il 2 luglio 1920 a 15 anni, s'iscrisse nelle file della Gioventù d'Azione Cattolica e il 4 ottobre dello stesso anno, volle diventare anche Terziario Francescano. Nel campo lavorativo passò poi dall'Arsenale al cantiere navale di Scoglio Olivi, sempre a Pola, tenendo ben alti e saldi i suoi principi religiosi e morali; puntuale nei suoi doveri di lavoratore, teneva testa con garbo ed attenzione a tutte le obiezioni e contrapposizioni in campo religioso.

Con il suo entusiasmo di giovane istituì a Pola gli esploratori cattolici; aveva 19 anni quando si arruolò nella Marina Militare imbarcandosi sulla nave "Dante Alighieri", anche qui operò il suo apostolato di giovane cattolico fra i circa mille marinai; diceva sempre: "L’Italia sarà grande solo quando sarà veramente cristiana!". Dopo tre anni si congedò il 15 marzo 1927.

Nonostante la grande crisi del lavoro che attanagliava l’Italia, fu chiamato, tramite il fratello maggiore Giovanni a lavorare nel cantiere navale di Monfalcone (GO), dove il lavoro non mancava in quel periodo di armamento militare, scaturito con l’avvento del Fascismo.

Anche a Monfalcone riprese il suo apostolato fra gli operai dedicandosi anche alla "Conferenza di San Vincenzo".

Ma la sua splendida testimonianza di giovane cattolico impegnato era giunta al termine. Verso la fine di febbraio 1929 si ammalò gravemente, la malattia fra alti e bassi si protrasse per due mesi, finché si spense a soli 24 anni il 25 aprile 1929.

Rivestito con la tonaca francescana fu seppellito nel cimitero di Pola; la fama della sua santità si diffuse rapidamente fra i marinai, dentro e fuori d'Italia e fra i membri dell'Azione Cattolica.

Per i noti motivi politici, che coinvolsero l'Italia e l'Europa, con il seguito della seconda guerra mondiale e anche con la perdita dell'Istria, assegnata nel 1947 alla Jugoslavia, non si potè aprire la Causa per la sua beatificazione, fino al 6 dicembre 1974, quando finalmente fu aperta dalla Curia di Trieste.

La sua salma fu esumata dal cimitero di Pola e traslata definitivamente nell'isola di Barbana (Grado, GO).

Con decreto del 7 luglio 1997, papa Giovanni Paolo II gli ha riconosciuto l'eroicità delle sue virtù e il titolo di venerabile.

Da http://www.santiebeati.it/dettaglio/91996

Foto tratte da http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=30492

PREGHIERA

O Signore,

che nel tuo servo fedele

Egidio Bullesi

hai infuso sentimenti di speciale delicata tenerezza

verso i poveri, gli abbandonati, i semplici e gli esclusi,

concedimi, per sua intercessione, la grazia che invoco, supplicandoti con fede, speranza

ed amore...

Te lo chiedo per la glorificazione

del Venerabile Egidio,

perché sul suo esempio, altri giovani sappiano farsi piccoli con i piccoli,

poveri con i poveri,

donando conforto a chi è sfiduciato,

amore a chi è solo,

e portando a tutti la gioia di spendere la propria vita a gloria del Tuo Nome.

Amen.

+ Antonio Vitale Bommarco

Arcivescovo di Gradisca e Gorizia

Per approfondire:

http://www.zio-zeb.it/bullesi.html

http://www.santuariodibarbana.it/public/prosite/?page_id=179

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/egidio%20bullesi.htm

                                     Servo di Dio

                                  CARLO ACUTIS


Il giovane Carlo Acutis morto a soli 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia fulminante, ha lasciato nel ricordo di tutti coloro che l'hanno conosciuto un grande vuoto ed una profonda ammirazione per quella che è stata la sua breve ma intensa testimonianza di vita autenticamente cristiana, vissuta in modo eroico, alimentata dal suo grande amore per il Signore presente soprattutto nel Sacramento dell’Eucaristia e dalla devozione filiale verso la Santissima Vergine Maria. Recitava il Rosario e frequentava la Messa tutti i giorni. Faceva spesso anche l’Adorazione Eucaristica. Ci sembra che la modernità e l'attualità che riflette la vita di Carlo si coniughi in modo armonioso e singolare con la sua profonda vita eucaristica e la sua grande devozione verso la Santissima Vergine che hanno sicuramente contribuito a fare di lui quel ragazzo specialissimo da tutti ammirato ed amato.

Il giovane Carlo era infatti dotatissimo per tutto ciò che è legato al mondo dell’informatica tanto che sia i suoi amici che gli adulti laureati in ingegneria informatica lo consideravano un genio. Restavano tutti meravigliati dalla sua capacità di capire i segreti che l'informatica nasconde e che sono normalmente accessibili solo a coloro che hanno compiuto degli studi universitari specialistici. Gli interessi di Carlo spaziavano dalla programmazione dei computer, al montaggio dei film, alla creazione dei siti web, ai giornalini di cui lui faceva anche la redazione e l’impaginazione, fino ad arrivare al volontariato con i più bisognosi, con i bambini e con gli anziani. Era insomma un mistero questo giovane fedele della diocesi di Milano, che prima di morire è stato capace di offrire le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa.

Dal sito www.carloacutis.com

La prima pagina del bollettino parrocchiale di domenica 24 novembre 2013 dedicata a Carlo.
(clicca sull'immagine per ingrandirla)


Per approfondire:

www.carloacutis.com

www.santiebeati.it

http://it.cathopedia.org/wiki/Carlo_Acutis

https://www.facebook.com/CarloAcutisOAnjoDaJuventude?fref=ts

https://www.facebook.com/CarloAcutisPeru

                   Beata

  CHIARA “LUCE” BADANO


Chiara Badano detta Chiara Luce (Sassello, 29 ottobre 1971 – Sassello, 7 ottobre 1990) è stata una giovane appartenente al Movimento dei Focolari, morta a diciotto anni per un tumore osseo. Dichiarata venerabile dalla Chiesa cattolica il 7 luglio 2008, è stata proclamata beata il 25 settembre 2010. La sua data di culto è stata stabilita al 29 ottobre.

Figlia di Ruggero Badano e di Maria Teresa Caviglia, visse da bambina nel paese di Sassello (SV), e soggiornò spesso d'estate al mare a Varazze presso gli zii.

Incontrò il movimento dei Focolari ad un raduno del 1980 e partecipò con i genitori al Familyfest 1981 a Roma. Si legò ai gruppi delle giovanissime di Albisola e di Genova e divenne una "gen 3", terza generazione del movimento dei Focolari, occupandosi di bambini e anziani. Nel 1981 iniziò una corrispondenza con la fondatrice del movimento dei Focolari, Chiara Lubich, che più tardi la soprannominò "Chiara Luce".

Nel 1985 si trasferì con la famiglia a Savona per frequentare il liceo classico. Tre anni dopo avvertì un forte dolore alla spalla mentre giocava a tennis e poiché i dolori alle ossa aumentarono, agli inizi del 1989 fu ricoverata in ospedale, dove le fu diagnosticato un osteosarcoma con metastasi. Subì un primo intervento chirurgico all'ospedale Molinette di Torino e cicli di chemioterapia e radioterapia. All'ospedale di Torino incontrò il cardinale Saldarini, in visita ai malati. Perse l'uso delle gambe per la malattia e nel giugno del 1989 subì un secondo intervento di laminectomia dorsale.

Nonostante la malattia, continuò a seguire le attività dei focolarini: donò tutti i suoi risparmi ad un amico in partenza per una missione nel Benin e faceva lavoretti da mettere in vendita per beneficenza. Trascorse gli ultimi mesi a letto nella sua casa di Sassello insieme ai genitori, rimanendo in contatto con il movimento focolarino tramite il telefono e continuando a studiare con lezioni private. Durante tale periodo ricevette anche le visite del vescovo della diocesi di Acqui, monsignor Livio Maritano.

Nell'agosto del 1990 Chiara Badano preparò nei minimi dettagli il suo funerale considerandolo una sorta di festa di nozze. Il 10 settembre mandò un saluto a tutti i membri della comunità focolarina, registrando un'audiocassetta, e negli ultimi giorni di vita mandò un biglietto agli amici di Sassello.

Morì la mattina del 7 ottobre 1990, dopo una notte particolarmente sofferta; prima di morire aveva chiesto a sua madre di farle indossare un abito bianco da sposa, per andare incontro al suo "sposo" Gesù.

La beatificazione

L'11 giugno 1999 si aprì per lei il processo di canonizzazione diocesano, che si concluse il 21 agosto 2000. Subito dopo il materiale raccolto nel processo venne portato in Vaticano dove, dopo il riconoscimento della validità dell'inchiesta, iniziò la fase romana, con la stesura della Positio. I due volumi della Positio vennero depositati presso la Congregazione per le cause dei Santi, che provvide ad esaminare le eroicità delle virtù della Serva di Dio. Il 3 luglio 2008 papa Benedetto XVI riconobbe l'eroicità delle virtù e la dichiarò venerabile. Il 19 dicembre 2009 il Papa firmò il decreto di approvazione del miracolo attribuito all'intercessione della Venerabile Serva di Dio ed il 25 settembre 2010 il Prefetto della Congregazione per le cause dei santi, monsignor Angelo Amato la dichiarò beata con una celebrazione che si tenne nel Santuario della Madonna del Divino Amore, alla presenza dei genitori e degli esponenti della comunità dei Focolari, di cui Chiara Badano faceva parte.

Da http://it.wikipedia.org/wiki/Chiara_Badano

Per approfondire:

www.chiaralucebadano.it

www.chiaraluce.org

www.santiebeati.it

http://www.focolare.org/it/news/2013/06/19/online-il-nuovo-sito-dedicato-a-chiara-luce-badano/

https://www.facebook.com/chiaralucebadano

                                     Beato

                            ROLANDO RIVI


Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”, Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare che non lascerà più sino al martirio.

Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro.

Nell’estate del 1944 il seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista, sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare.

Per questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato.

Venerdì 13 aprile 1945, alle tre del pomeriggio, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avrebbero avuto pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia.

Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condanna gli autori dell’efferato omicidio. La condanna viene confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventa definitiva in Cassazione.

Dal sito www.rolandorivi.eu

Per approfondire:

www.rolandorivi.com

www.santiebeati.it